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Filosofia della Scienza ed epistemologia del cyberspazio

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Appendice 2 – Filosofia della Scienza ed epistemologia del cyberspazio (intervista al Prof. Silvano Tagliagambe)

– Che cos’è per Lei la Filosofia della scienza ?

Intanto distinguiamo tra Epistemologia e Filosofia della Scienza, termini che spesso sono trattati come sinonimi ma non lo sono del tutto; per quanto riguarda l’epistemologia, se andiamo a vedere la derivazione etimologica – quella classica – è da episteme logos, ossia “discorso sulla conoscenza”, che tende quindi a distinguere la conoscenza, quella strutturata, quella in qualche modo verificabile, dall’opinione, la doxa. Però oggi si tende, sulla scorta di Von Foerster – un esperto di Intelligenza artificiale e di Cibernetica – a dare una derivazione etimologica diversa, meno plausibile sotto il profilo puramente linguistico però più significativa sotto il profilo concettuale, cioè epi-istenai, “stare sopra”, che rende bene l’idea di una articolazione in più livelli del discorso che riguarda la conoscenza, cosa che d’altronde troviamo anche nelle lingue moderne, come ad esempio nel termine inglese understand.

Sotto questo profilo l’Epistemologia è un discorso che da un livello differente da quello in cui si svolge la pratica della conoscenza e della ricerca, la pratica operativa, quella della scienza, indaga i linguaggi, le strutture, le forme: si chiede ad esempio che cos’è una legge scientifica, qual è il rapporto tra teoria ed esperimento all’interno del discorso scientifico, si pone domande che riguardano le specificità dell’impianto logico-concettuale della scienza.

Ecco, la filosofia della scienza é un discorso che, sia pure rispettando quest’articolazione, é più strettamente connesso alla pratica scientifica vera e propria: così abbiamo la Filosofia della matematica, la Filosofia della fisica, la Filosofia della biologia, cioè un discorso che si salda in modo più diretto con quello delle discipline scientifiche vere e proprie, cerca di indagarne la forme, le modalità di estrinsecazione.

– Quali sono secondo Lei le linee di sviluppo presenti e future più importanti nel panorama italiano ?

Il panorama italiano generalmente è nato sulla scorta della lezione, dell’impianto concettuale del Neoempirismo, del Circolo di Vienna. In Italia, come e’ noto, la Filosofia della scienza è stata introdotta da Ludovico Geymonat che era allievo di Moritz Schlick, e che chiaramente aveva questa particolare sensibilità nei confronti del Circolo di Vienna. Schlick era un fisico di formazione, allievo di Max Planck, quindi provilegiava la Filosofia della matematica, la Filosofia della fisica, e per molto tempo in Italia, anche in Italia, questa è stata la tendenza privilegiata della Filosofia della scienza.

Più recentemente hanno acquisito un’importanza particolare campi quali la Teoria dell’evoluzione, la Filosofia della biologia, le tematiche dell’evoluzione che vengono anche da altre discipline come l’Antropologia molecolare, l’Antropologia fisica: penso, ad esempio, al lavoro di Stephen Jay Gould, di Niles Eldredge sulla teoria degli equilibri punteggiati, tutte le scoperte che sono state fatte sulle tappe dell’evoluzione, la comparsa dell’uomo e via dicendo.

Oggi lo spettro d’interessi della Filosofia della scienza si va allargando e all’interno di questa estensione una importanza particolare hanno da diverso tempo i problemi legati alle teorie della mente; esse hanno avuto una derivazione dal filone classico della logica, con l’ipotesi di Church e Turing l’equiparazione dell’uomo che pensa alla macchina che calcola, e quindi in sostanza l’equiparazione della nozione di calcolo alla nozione di Turing-computabilità e di quest’ultima all’attività di pensiero, che significava sostanzialmente ritenere che pensare equivalesse a calcolare cioè ad operare con simboli. Suddetti simboli hanno una struttura particolare, sono cioè in generale passibili di una interpretazione intersoggettiva che non dà fraintendimenti, come quelli che sono ad esempio presenti nel calcolo matematico.

Oggi, anche in seguito al contributo delle neuroscienze, non solo viene discussa l’equiparazione del pensare al calcolare, ma anche la possibilità di individuare un qualcosa che corrisponda alla nozione di pensare isolando la mente dal corpo. Emerge una linea di pensiero che tende a ricostruire le connessioni tra mente e corpo, a dare sotto questo profilo una funzione determinante al cervello, e quindi a ripensare o riformulare il problema di cosa significhi pensare. Questi temi, la teoria della mente, il problema degli stati mentali, il problema di che cosa significhi pensare, in generale stanno acquisendo un’importanza determinante all’interno della Filosofia della Scienza.

– Mi sembra che anche la riflessione sulla Rete, sulla realtà virtuale, sulle nuove tecnologia informatiche, sia oggetto di molti studi da parte degli specialisti di Epistemologia e Filosofia della scienza. A proposito del suo libro “Epistemologia del cyberspazio” 1, dedicato a queste tematiche, due spunti di riflessione appaiono particolarmente interessanti e attuali: la mutata concezione spazio/tempo e il rapporto tra ali e radici, in altre parole tra “nomadismo spirituale” ed etnicità esasperata. 2

Epistemologia del cyberspazio: a mio giudizio, parlando di estensioni e di diramazioni della Filosofia della scienza, è un aspetto particolarmente importante, non soltanto dal punto di vista filosofico ma dal punto di vista culturale sociale e formativo. Noi ad esempio vediamo che oggi c’è una crescente interazione tra spazio fisico e spazio virtuale; questo è testimoniato dai fatti. Quando parliamo ad esempio di globalizzazione, parliamo di fenomeni indotti dalla presenza di reti, le cosiddette autostrade  informatiche, come Internet, che indeboliscono la nozione di prossimità fisica, quello che alcuni sociologi chiamano il principio di adiacenza o contiguità spaziale, e invece esaltano l’importanza dei collegamenti per funzione.

Oggi New York per certi aspetti è più vicina a Londra, nel senso che la City collabora molto più con Wall Street di quanto questa parte di Londra non sia collegata funzionalmente ad alcune periferie di Londra o di quanto Wall Street non sia collegata funzionalmente ad alcune periferie di New York. Lo spazio virtuale determina uno scollamento tra la città compatta, muraria, e le funzioni urbane che sono qualcosa almeno parzialmente indipendente dalla localizzazione, dal territorio, quando si tratta di funzioni astratte: la ricerca, il terziario avanzato, la formazione, i servizi finanziari e via dicendo, sono tutte funzioni in qualche modo astratte, nel senso che non sono legate in senso stretto al territorio di pertinenza e si collegano tra di loro attraverso le reti in uno spazio che non è quello fisico tradizionale ma è quello appunto che chiamiamo cyberspazio. Da questo punto di vista sono emerse, secondo me, alcune forme di interpretazione distorta che vanno corrette, cioè l’idea che questo determini sostanzialmente una contrapposizione netta tra spazio fisico e spazio immateriale, tra lo spazio fisico e lo spazio virtuale. In realtà noi vediamo che c’è  non una contrapposione ma una crescente interazione e cooperazione tra spazio fisico e spazio virtuale, che si estrinseca nella nozione che viene usualmente definita realtà aumentata o potenziata. In realtà lo spazio virtuale interviene per potenziare, aumentare le prerogative, le possibilità dello spazio fisico e interagisce fortemente con lo spazio fisico. Ad esempio sono oggi possibili una serie di operazioni che prima determinavano uno spostamento nello spazio, come andare materialmente in banca o a prenotare certi servizi sanitari: oggi é possibile farlo dal proprio computer, muovendosi soltanto nello spazio virtuale. Questo significa potenziare lo spazio fisico, nutrirlo di nuove opportunità, in quel senso si parla di realtà aumentata.

Del resto le scrivanie virtuali che abbiamo nel nostro computer potenziano la nostra scrivania reale, nel senso che la estendono e la dotano di nuove funzioni e anche di nuove opportunità: quindi non c’è contrapposizione ma c’è una integrazione. Questo significa che, ad esempio, oggi non ha senso progettare lo spazio urbano pensando soltanto allo spazio fisico, senza tener conto dello spazio immateriale. Una serie di servizi che riguardano il comune cittadino – rapporti con le Asl, con gli enti locali, con le banche – oggi si possono benissimo realizzare e perfezionare interamente in uno spazio virtuale: è evidente che nel progettare un quartiere di una città, uno spazio urbano, in generale si deve tener conto di questa interazione tra spazio fisico e spazio virtuale. Il cyberspazio ha quindi un’importanza determinante dal punto di vista ad esempio della rete urbanistica e dell’organizzazione dello spazio.

Lo stesso discorso possiamo farlo in ambito economico; oggi le imprese si collegano sempre di più tra di loro in reti, tendono a diventare “macro imprese”, nozione che subentra a quella classica di “distretto industriale”: questo è reso possibile dalla disponibilità delle reti e dalla disponibilità degli scambi di materiale nello spazio virtuale. Pensiamo anche a come è mutato il concetto di fabbrica: prima la fabbrica era un grosso conglomerato cinto da mura, in cui la gente lavorava, che tendeva ad essere, se si trattava di grande fabbrica, il più possibile autosufficiente; oggi questi insediamenti produttivi non

hanno più senso, tanto è vero che  vengono smantellati, come a Torino, dove il Lingotto è diventato uno spazio espositivo. La telematica e le reti rendono possibile ridurre considerevolmente lo spazio delle fabbriche, non c’è più bisogno di magazzini, di grandi scorte; attraverso la telematica si possono seguire gli ordini, in modo da essere assoltamente sicuri della disponibilità di  una data materia prima nel momento della necessità. La comunicazione in tempo reale rende superfluo fare tutto all’interno di un medesimo spazio fisico, si può fare all’interno di uno spazio fisico molto più dilatato. La grande fabbrica tende  sempre più  a cedere il posto a conglomerati dispersi in uno spazio vasto; non c’è più il concetto di fabbrica concentrata.

Tutti questi fenomeni sono determinati dall’interazione tra spazio fisico e spazio virtuale; è evidente che una riflessione filosofico-scientifica non può ignorare quest’aspetto che incide in maniera così forte sulla nostra organizzazione sociale ma anche su quella culturale.

Parlare di computer nelle scuole, parlare di reti, parlare di reti scolastiche significa che la formazione deve entrare sempre di più nel cyberspazio, al di là di tutte le banalizzazioni. In Sardegna c’è un progetto che si chiama MARTE 3, che collegherà in rete tra di loro tutti i 700 plessi medi e medi-superiori della Sardegna, per dare loro la possibilità di collaborare in rete, scambiarsi esperienze, dialogare. E’  chiaro che stiamo parlando di un sistema scolastico, l’organizzazione in rete significa proprio questo, che si sta dislocando nello cyberspazio. Stiamo parlando della possibilità di accedere a Internet, di trarre da Internet materiali didattici che possono essere integrati e calati nell’attività didattica tradizionale. Questo avviene nel campo della formazione, non parliamo della ricerca… Non dimentichiamo che il World Wide Web che noi utilizziamo è nato al CERN, proprio quando Carlo Rubbia era direttore del Cern, per soddisfare l’esigenza di collaborazione, di cooperazione, di scambio di informazioni in tempi sempre più ridotti, sino a coincidere col tempo reale, da parte di unità di ricerca che stavano lavorando in unità di ricerca, spazi, paesi differenti.

Questa presenza dello spazio virtuale si fa sempre  più concreta, e sempre più concreta è l’interazione tra lo spazio fisico e lo spazio virtuale. E’ evidente che la moderna riflessione filosofica non può prescindere da questi aspetti che incidono tanto fortemente sulla nostra vita.

– L’altro spunto interessante riguarda il rapporto, descritto ad esempio nella sua Epistemologia del cyberspazio, tra radici e ali…

Certo: la lingua nasce per delimitare concettualmente: termine – terminus – significa etimologicamente “confine”. Quando noi diamo un’etichetta, battezziamo con un nome, una parola, tendiamo a circoscriverne l’ambito di pertinenza e il significato: è come se stabilissimo tante linee di demarcazione  che mi dicono qual è l’uso legittimo e qual è l’uso illegittimo della parola.

Chiaramente il rapporto dialettico tra il linguaggio e la realtà fa sì che, via via che la nostra conoscenza della realtà evolve e il concetto di realtà si sviluppa, gli antichi steccati posti dal linguaggio tendano a non avere più un grande significato. Noi siamo abituati nel linguaggio a coppie opposizionali, che ci disegnano delle antitesi più o meno radicali; locale-globale è sempre stata un’antitesi piuttosto radicale dal nostro punto di vista, nel senso che corrisponde a due significati/ambiti di pertinenza nettamente delimitati. Oggi si tende sempre più a utilizzare un ostico neologismo, glo-calizzazione, perchè ci sono tutta una serie di processi e fenomeni che sono al contempo locali e globali, per i quali questa linea di demarcazione non sussiste più. Pensiamo ad esempio al fatto che un territorio, un’impresa tende a dislocarsi sullo spazio cibernetico e quindi sullo spazio globale. Un’impresa oggi deve avere come spazio di mercato e ambiente di riferimento il mondo intero: questo sta di fatto avvenendo – basta verificare la provenienza dei prodotti venduti nel supermercato sotto casa …

Con la globalizzazione abbiamo a che fare tutti giorni, d’altra parte un territorio per competere nello spazio globale deve avere delle capacità, prerogative, specificità: la competitività  é  data dalla capacità di offrire prodotti in qualche modo connotati dalle caratteristiche specifiche del luogo di provenienza. Esempio: qual é il successo della moda italiana? Il fatto che su di essa si riversa una tradizione culturale porta alla confezione di prodotti che sanno accoppiare diverse componenti: l’eleganza, il gusto, un certo tipo di stile che proviene da lontano… Qual é il fascino della Ferrari ? Il fatto che all’efficienza sul piano tecnologico viene unito un gusto estetico che é una delle caratteristiche del made in Italy. E’ evidente che la globalizzazione non può significare estinzione di queste caratteristiche ma anzi ciascun territorio dovrà riuscire ad esaltare le proprie caratteristiche locali per poter riuscire meglio a competere sul mercato globale.

Questo sul piano economico. Sul piano sociale l’uomo – ed é questo un aspetto che veniva sottolineato nella Epistemologia del cyberspazio – al di là della validità dello spazio globale e dello spazio virtuale, ha bisogno di un suo ambiente naturale nel quale potersi orientare e muovere. Un apparente paradosso é che quanto più vasto diventa lo scenario in cui uno si può muovere fisicamente, ormai ci spostiamo da una parte all’altra del mondo con estrema facilità, quanto più ad esempio come impresa dobbiamo assumere come riferimento lo spazio globale,  tanto più tendiamo a circosciverci uno spazio di riferimento naturale nostro proprio, specifico, più familiare (il discorso e’, ovviamente, valido solo per i paesi industrializzati). Questa tendenza é rafforzata dal fatto che la nostra casa, il nostro ambiente più intimo, tende a diventare il terminale di una serie di attività che prima si svolgevano fuori: a casa si parla di teleformazione, di telelavoro, e anche se questi fenomeni non si sono ancora realizzati compiutamente designano una tendenza per cui gli spazi piccoli (la nostra casa) diventano sempre più i luoghi dove si svolgono funzioni “vaste”. Non e’ strano, quindi,che questa tendenza alla globalizzazione esalti in ciascuno di noi il bisogno di riconscimento, di identità, di radici: ecco la compresenza di ali e radici.

Certamente bisogna avere la capacità di spaziare nell’ ambiente vasto della globalizzazione. Questo e’ il nostro punto di riferimento, sia per la produzione che per la formazione: i nostri ragazzi devono competere con i ragazzi di tutto il mondo, devono avere le loro stesse capacità e possibilmente di più, altrimenti un domani – lo vediamo già da oggi – sarà sempre più difficile trovare un lavoro.

Noi possiamo, tramite il computer, collegarci in rete e formare fori di discussione con ragazzi,docenti, colleghi che operano in aree diverse del mondo; questo avviene potenzialmente anche per i paesi che non hanno lo stesso grado di sviluppo degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale.

La mediazione e l’incontro-scontro tra società e culture diverse oggi avviene in pratica a tempo zero, in tempo reale, non ci sono più ammortizzatori; il tempo fisico che era necessario per spostarsi dall’Europa all’Africa e per entrare nella mentalità di paesi diversi, costituiva in qualche modo una barriera da superare che faceva da freno rispetto ad un processo di accostamento istantaneo di culture diverse; oggi queste barriere tendono a cadere. L’incontro, la mediazione, lo scontro tra culture  avviene in tempi molto rapidi; questo spaventa, determina delle reazioni, ciascuno cerca di difendere le proprie caratteristiche. Il problema è non rifiutare il fenomeno della globalizzazione, anche se lo rifiutassimo procederebbe lo stesso, nè ovviamente rinchiudersi nelle proprie radici come la linea di difesa, una linea Maginot da non oltrepassare: abbiamo visto i risultati di questo tipo di interpretazione delle radici.

Vorrei che commentasse questa frase di Walter Runciman :”E’ fatale che nel ‘700 si pensasse la società come una macchina, e nell’800 come un organismo, come è fatale che nel ‘900 si sia tentati di pensarla come una rete di comunicazione”… 4

Ogni società ha un proprio ambito, un modello di riferimento che tende a sovrapporsi alla realtà e a dettare i modi con cui questa realtà viene vista e letta. Certamente dall’idea dell’universo come ambiente di riferimento “macchina”, tipica della civiltà industriale, si é passati a quello di “organismo”, e oggi il concetto di organismo non ci sembra  più appropriato, perché l’organismo sembra essere comunque guidato, ha una cabina di regia (non dimentichiamo il famoso apologo di Menenio Agrippa, che faceva riferimento alla società appunto come organismo), mentre invece oggi si scopre, o si tende a sottolineare, che il cervello opera senza avere una “cabina di regia”.

La “cabina di regia” del cervello come luogo di deposito dell’intelligenza, sta perdendo di efficacia come concetto per rendere l’effettiva realtà del cervello. Il cervello si sta effettivamente configurando come una serie di nodi, di neuroni, collegati tra di loro da sinapsi, e si pensa che l’efficacia e la capacità del cervello sono legate al numero delle sinapsi attive: é la presenza di una rete capillare e fitta di scambi di informazione che dà al cervello la sua efficacia. Quindi il fenomeno della rete oggi  tende a costituire la rappresentazione del modo di funzionare del nostro cervello. Non a caso il modello di intelligenza e di funzionamento della mente che oggi tende ad affermarsi é il connessionismo; l’idea di rete non e’ oggi una metafora, nel senso che le città sono organizzate a rete e il nostro cervello sembra essere organizzato a rete. Naturalmente e’ un paradigma che risente dei nostri attuali stati di conoscenza.

 

– Quale sarà il prossimo paradigma secondo Lei ? E’ possibile azzardare un’ipotesi ?

Che cosa ci riserverà il futuro ? Credo che la tendenza che va verso il passaggio dal concentrato al distribuito, dal localizzato all’esteso, sia irreversibile. Qualunque siano i modelli di riferimento che il futuro ci proporrà saranno sempre piu modelli non arroccati intorno a funzioni e spazi concentrati, ma saranno modelli che in qualche modo proporranno una distribuzione delle funzioni, di qualunque tipo di funzione si parli,e l’esigenza della loro connessione

Perché dico questo ? Perché riflettere intorno al problema dei mutamenti degli stili di pensiero nella filosofia della scienza ? Ho citato all’inizio il Neoempirismo; per il Neoempirismo il problema della comunicazione della conoscenza era tutto sommato secondario perché si partiva dal presupposto che  esistessero linguaggi tali da essere sostanzialmente passibili di una lettura intersoggettiva senza fraintendimenti. I linguaggi del calcolo e il linguaggio dell’esperimento, che erano la base dei linguaggi scientifici di quel periodo, avevano questa caratteristica: i loro segni vengono letti da tutti allo stesso modo. Questo avviene senza che ci sia bisogno di comunicarsi reciprocamente le interpretazioni. Da questo punto di vista la comunicazione, lo scambio di informazione, non aveva un significato così determinante.

Ora invece stiamo comprendendo che l’intelligenza é soprattutto scambio di informazioni, comunicazione. Una comunicazione che abbia la capacità di lasciare delle tracce, però –  in Italia questa idea non ha ancora preso campo. In effetti la comunicazione che non lascia tracce in forma di informazione archiviabile, come quella telefonica, varrà sempre di meno, mentre tenderà a valere sempre di più l’informazione che lascia tracce, archiviabile, riutilizzabile… Io credo che l’importanza crescente della comunicazione, dello scambio dialogico, dell’intelligenza distribuita, delle modalità di organizzazione distribuite, sia comunque una tendenza irreversibile.

 

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